11 OTTOBRE
VII DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI
Cari fratelli e sorelle, il Vangelo di oggi ci mette davanti un’immagine semplice e bellissima: un seminatore che esce a seminare. Non sceglie soltanto il terreno migliore; getta il seme con larghezza, quasi con una fiducia ostinata. Così è Dio con noi. La sua Parola cade sulla nostra vita ogni giorno: nelle gioie e nelle ferite, nei momenti di luce e in quelli di stanchezza, nelle relazioni facili e in quelle difficili. Dio non si stanca di seminare. Anche quando il nostro cuore sembra duro, distratto o pieno di spine, Lui continua a credere che dentro di noi possa nascere qualcosa di nuovo.
Gesù però ci ricorda che non basta ricevere il seme: bisogna diventare terra buona. Ci sono giorni in cui la Parola resta in superficie perché siamo troppo distratti; altri in cui la accogliamo con entusiasmo, ma ci scoraggiamo appena arriva una difficoltà. E poi ci sono le spine: le preoccupazioni, l’ansia, il desiderio di possedere, il confronto con gli altri, la ricerca di successo, tutto ciò che lentamente soffoca ciò che Dio ha seminato. La domanda allora non è soltanto: “Dio mi parla?”, ma piuttosto: “Che tipo di terreno sto diventando?”. Un cuore può essere pieno di cose e, proprio per questo, non avere più spazio per ciò che conta davvero.
Il profeta Isaia ci mostra che anche quando una parte sembra perduta, Dio sa ancora trovare un grappolo buono, qualcosa da salvare, una possibilità da far rinascere. Dio non guarda soltanto ciò che in noi è arido; cerca il seme ancora vivo. Anche san Paolo parla del lavoro e della semina: chi ara e chi trebbia lo fa nella speranza di raccogliere. La vita cristiana è così: ciò che seminiamo oggi forse non porterà frutto domani, ma nulla di ciò che facciamo nell’amore è inutile. Una parola gentile, un perdono dato con fatica, una visita, un’ora donata a qualcuno, una scelta onesta: tutto può diventare seme nelle mani di Dio.
Forse il miracolo più grande non è che il seme diventi un albero, ma che un cuore riesca a diventare terra buona. Terra buona non significa essere perfetti. Significa lasciarsi lavorare. Significa permettere a Dio di togliere qualche pietra, sradicare qualche spina, ammorbidire qualche durezza. A volte chiediamo a Dio di cambiare le situazioni; forse oggi il Vangelo ci invita prima di tutto a chiedere: “Signore, cambia il mio terreno”. Perché quando il cuore cambia, anche lo stesso dolore può diventare fecondo, la stessa prova può insegnare pazienza, la stessa ferita può diventare compassione.
Per questa settimana possiamo scegliere alcuni gesti semplici: primo, dedicare ogni giorno qualche minuto al Vangelo e chiederci quale parola Dio sta seminando in noi; secondo, individuare una “spina” che soffoca la nostra vita — una preoccupazione, un’abitudine, una distrazione — e provare a ridurne il potere; terzo, seminare intenzionalmente una parola buona nella vita di qualcuno; quarto, non scoraggiarci se non vediamo subito il frutto. Il seme lavora nel silenzio. Che il Signore renda i nostri cuori una terra profonda, libera e generosa, perché la sua Parola possa mettere radici in noi e diventare pane, ombra e speranza per chi incontriamo.
don Titus







