18 OTTOBRE
DOMENICA DELLA DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
1. Una casa dove tornare
Cari fratelli e sorelle, pensiamo alla nostra vita di ogni giorno: al tram affollato del mattino, al lavoro che ci stanca, alle famiglie che corrono tra mille impegni, agli anziani che aspettano una visita, ai giovani che cercano una strada. Milano è una città che cammina in fretta. Ma anche chi corre ha bisogno di una casa dove fermarsi, di una voce che lo chiami per nome, di una porta che rimanga aperta. Oggi celebriamo la Dedicazione del Duomo, la nostra Chiesa madre. Le sue guglie sembrano mani alzate verso il cielo; eppure il suo messaggio è profondamente terreno: «Non sei solo».
Che cosa riceviamo dalla Chiesa? Non un rifugio per dimenticare la vita, ma una famiglia per affrontarla: la Parola quando siamo confusi, l'Eucaristia quando siamo stanchi, il perdono quando abbiamo sbagliato, una comunità quando il cuore si sente solo. Come ricorda il Concilio Vaticano II, la Chiesa è, in Cristo, «segno e strumento» dell'unione con Dio e dell'unità del genere umano (Lumen gentium, 1). Una Chiesa viva non chiude gli occhi davanti alle ferite della città: le guarda con gli occhi di Gesù.
2. Dio cerca un cuore in cui abitare
Nella prima lettura Baruc contempla la grandezza della sapienza di Dio e annuncia che essa «è apparsa sulla terra e ha vissuto fra gli uomini» (Bar 3,38). Dio non è rimasto lontano, prigioniero del cielo: è venuto ad abitare la nostra storia. Per questo il Duomo non è soltanto un monumento da ammirare o un luogo da fotografare. Le sue pietre ci indicano una presenza viva. San Paolo ci ricorda: «Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?» (1 Cor 3,16). Ecco il cuore di questa festa: siamo noi il tempio che il Signore desidera abitare. Ogni persona porta una dignità che nessuna povertà, malattia o solitudine può cancellare. Se Dio abita in me, non posso disprezzare me stesso; se Dio abita nel mio prossimo, non posso trattarlo come un numero. Ogni volto è una porta alla quale Cristo bussa. Oggi chiediamoci: chi trova accoglienza entrando nella mia vita?
3. Lasciamo che Gesù purifichi il nostro tempio
Nel Vangelo Gesù entra nel tempio di Gerusalemme e scaccia chi ne ha fatto un mercato. Non è un gesto contro la preghiera, ma un gesto per restituirle verità. Dice: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera» (Mt 21,13). Il Signore ama troppo la sua casa per lasciarla diventare un luogo di interesse e di indifferenza. Anche il nostro cuore, qualche volta, si riempie di piccoli mercati: il bisogno di apparire, la corsa al denaro, il giudizio sugli altri, il rancore che conserviamo da anni. Gesù non viene per umiliarci; viene per liberare lo spazio in cui l'amore può respirare. La seconda lettura ci invita a purificarci per diventare «un vaso nobile, santificato, utile al padrone di casa» (cf. 2 Tm 2,21). Non ci chiede di essere impeccabili, ma disponibili. Forse oggi basta una decisione concreta: chiedere scusa, rinunciare a una parola cattiva, riconciliarci con qualcuno, ritrovare il tempo per la preghiera. Il tempio si rinnova quando il cuore torna ad amare.
4. Una Chiesa con le porte aperte e le mani tese
C'è un particolare commovente nel Vangelo: dopo aver purificato il tempio, Gesù accoglie ciechi e storpi e li guarisce; i bambini gridano la loro lode (cf. Mt 21,14-16). Il tempio ritrova la sua bellezza quando i fragili possono avvicinarsi e i piccoli possono cantare. Questa è anche la missione della Chiesa oggi, nella nostra Italia: non diventare soltanto custode di un patrimonio meraviglioso, ma casa per chi non trova posto altrove. Una parrocchia è davvero viva quando chi ha perso il lavoro non si sente giudicato, quando una famiglia ferita trova ascolto, quando una persona anziana non è dimenticata, quando un giovane può fare domande senza paura. Il Concilio apre la Gaudium et spes ricordando che le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini, specialmente dei poveri, sono anche quelle dei discepoli di Cristo (n. 1). Ecco che cosa possiamo offrire alla nostra città: non soltanto campane che suonano, ma mani che aiutano; non soltanto porte aperte, ma cuori aperti. Una Chiesa che prega deve diventare una Chiesa che si prende cura.
5. Diventiamo pietre vive
Il Duomo è stato costruito con la pazienza e la fede di tante generazioni. Nessuna pietra, da sola, avrebbe potuto diventare questa cattedrale. Così anche noi: nessuno costruisce la Chiesa da solo. San Pietro ci chiama «pietre vive» di un edificio spirituale (cf. 1 Pt 2,5). La nostra comunità diventa bella non quando tutti sono uguali, ma quando ciascuno porta il proprio dono: chi insegna, chi ascolta, chi visita un malato, chi serve in silenzio, chi perdona per primo. Oggi, uscendo dalla Messa, non lasciamo Gesù chiuso fra queste mura. Portiamolo a casa, sul luogo di lavoro, nei nostri incontri. Facciamo un gesto preciso questa settimana: cerchiamo una persona sola, ascoltiamola senza fretta e facciamole sentire che nella Chiesa c'è posto anche per lei. Fratelli e sorelle, le guglie del Duomo indicano il cielo; siano le nostre mani a portarne un po' sulla terra. Il tempio più bello che possiamo offrire a Dio è una vita in cui qualcuno ritrova speranza. Amen
don Titus







